M. Bernardi
"Ottocento piemontese.
Scritti d'arte"
Edizioni Palatine, Torino 1946

I pittori della "Scuola di Rivara" giungono a Villa Ogliani

Il 30 luglio 1869 dal paesetto di Rivara Canavese in Piemonte partiva indirizzata al caricaturista Casimiro Teja, direttore del giornale umoristico Torinese Il Pasquino, un'allegra e pittoresca lettera con la quale tre spensierati buontemponi invitavano una combriccola d'altri giocondi compari a prendere il treno la domenica seguente, al levar del sole, alla stazione di Cirié nell'allora borgo del Balòn. A Courgnè, sei o sette chilometri a nord di Rivara, dove l'Orco sbocca dalle prealpi in pianura, "un'eletta schiera di cittadini e cittadine" avrebbe atteso i gitanti a tavola all'albergo della Corona Grossa*, e tutta quanta la brigata sarebbe poi proseguita, parte in carrozze e parte su muli, verso i monti di Ceresole Reale per calar quindi in Val d'Aosta a Cogne e sostare infine, dopo quattro a cinque giorni di viaggio alpestre, nella suddetta Rivara sulle ombrose e fresche sponde del Viana alle falde del Monte Soglio. La lettera era firmata da "Pastoris tabelione, Carlo Pittara, Alfredo D'Andrade"...

Del resto, gite e svaghi tipo quelli dell'estate 1869 rientravano nelle abitudini dei componenti il famoso cenacolo canavesano: tanto famoso quanto mal noto nella sua esatta cronaca, che cominciò ad essere travisata e citata a sproposito dagli stessi contemporanei. Grandi viaggiatori erano stati fin dal primo risveglio romantico, ed erano ancora in quegli anni, quasi tutti i pittori piemontesi da Camino a Perotti, da Gastaldi a Pittara, dai due Gamba al Bugnone, sia che li attirasse Roma (viaggio di prammatica) con la suggestione dell'antico, o Ginevra con l'inesorabile Calame, o Parigi coi paesisti usciti dalla scuola del '30, o più vicino, nel Delfinato, Ravier con i Honiesi tanto cari all'autore dell'Aprile. Ma qui ora, da Rivara e pei "rivariani", si trattava di un viaggiar più modesto, d'un lieto peregrinare in comitive dal Canavese al Biellese e al Vercellese, di borgo in borgo, di valle in valle. Un poco c'entrava il fascino della montagna che appunto allora si diffondeva anche in Italia fomentando un ancor timido turismo alpino; molto c'entrava poi la sempre più viva curiosità archeologica del D'Andrade, dell'Avondo, anche, di riflesso, del Pastoris pittore di scene medioevali ricostruite nei castelli valdostani, curiosità che manifestandosi con una incipiente passione della scoperta e del restauro almeno in parte giustifica l'affermazione del Signorini: " ... la scuola di Rivara... sembrava sempre un resto di aspirazioni romantiche e medioevali ... "; ma moltissimo c'entravano in ugual misura due altri stimoli alquanto diversi: l'agio, la facilità, la spensieratezza con cui quegli artisti s'abbandonavano al loro semplice ed ingenuo godimento, ad un loro cotal bonario carpe diem, e la deliziosa ebbrezza che essi traevano da quelle scorribande agresti in piena libertà di natura durante le quali il bel motivo, il motivo nuovo, impensato, fresco e genuino come ai loro occhi, senza trucchi, si offriva, era veramente un dono del cielo che li ripagava delle lunghe e non del tutto defunte finzioni accademiche. Già nel 1859 Enrico Gamba aveva dipinto, datato 26 luglio, un interno della Rocca di Verrès; poscia aveva condotto nell'antica fortezza dei Challant il suo allievo Federico Pastoris che a sua volta l'aveva fatta conoscere, nel 1865, al D'Andrade. Presto i manieri d'Issogne e di Fénis sarebbero diventati mete di scampagnate pei pittori di Rivara; e Francesco Carandini racconta d'aver ritrovato, nel 1911, in una sala del Castello di Lozzolo presso Gattinara fra Biellese e Vercellese tutta una decorazione imitata dall'antico e recante fra l'altro su un cassone la famosa immagine del Bogo, umoristico simbolo per lunghi anni dell'attività festaiola del Circolo degli Artisti di Torino, con questa scritta in maiuscole gotiche sull'alto d'una parete: "Passeggiere a cui la mala sorte guida il piè in questo loco gli occhi alza starnuta soffiati il naso e leggi: che Messer Vittorio Avondo Signore di questo castello A. D. MDCCCLXVI mentreché da ogni lato infierisce il cholera e che le cose andavano ad M... M... ai suoi colleghi amici questa camera dedicava". Nella medesima stanza il Carandini leggeva le firme di Alfredo D'Andrade, Vittorio Avondo, Giovanni Costa, Rodolfo Morgari, Costantino Cersina, Gaetano Bianchi, Carlo Pittara, Federico Pastoris, Enrico Gamba, Charles Monnier, Ernesto Bertea, Casimiro Teja, Alessandro Calame, Giovanni Mazzini, Carlo Nogaro, Anatolio Scifoni. Ventisette anni aveva allora D'Andrade, Avondo ventinove, trentenne era il Pittara. La scuola di Rivara, unico cenacolo artistico piemontese nell'Ottocento, aveva da poco iniziata la sua vita serena, e la brigata D'Andrade, Avondo, Pastoris, Pittara e Teja, con sulle spalle tutto il sacramentale bagaglio del pittore, la busta di cuoio sul fianco col lapis ed il taccuino per gli schizzi più rapidi, scarpe chiodate, alte uose, lunghissimi bastoni ferrati e in capo quegli inverosimili cappelli a piume che ogni buon "alpinista" si credeva allora in dovere di portare per accostarsi al Cervino o al Monte Rosa, batteva allegramente valli e campagne pronta ad entusiasmarsi per un bel cassettone quattrocentesco scoperto a caso in una "grangia" o per uno smagliante motivo che s'aprisse allo sguardo fra due larici. Non piovvero così camuffati i cinque amici un bel giorno in casa del buon Ernesto Bertea a Pinerolo scendendo dall'Assietta, sì che il collega, dopo averli contemplati un poco soprapensiero non trovò nulla di meglio che condurne almeno quattro dal fotografo perché restasse un documento di quella visita memorabile?

Villa Ogliani Oggi

Vita serena. Vita che, a penetrarla ed oggi ricostruircela, conviene rifarsi a quello che fu l'ambiente artistico torinese fra il '60 e l'80, e del quale il Canavese, da Volpiano dove Antonio Fontanesi conduceva qualche allievo a lavorare in solitario fervore, a Colleretto-Parella dove villeggiava la famiglia Giacosa, era, per dir così, il riflesso estivo che aveva poi il suo centro più vivace appunto a Rivara intorno a casa Ogliani le cui porte Carlo Pittara, cognato del cavaliere Carlo Ogliani, spalancava ospitalmente gli amici pittori di Torino e di Genova...

... Cosa significasse invece Rivara nella storia della polemica pittorica piemontese lo si riscontra da una pagina di Giovanni Camerana pubblicata nell'Arte in Italia, luglio 1872: "Nel Canavese c'è un paesetto ridente: lo domina la massa bianca del castello, e a tergo gli stanno le prime falde alpine. Un torrente gli gira d'attorno: e presso al torrente sorride la verde egloga dei prati e dei boschi. In questi ultimi anni, giunta la buona stagione, si vedevano in mezzo a quei prati e quei boschi, ne' giorni azzurri, delle bianche ombrelle; e sotto le ombrelle si vedevano dei pittori. S'erano messi a studiare la campagna con un amore, con uno slancio libero e schietto; figliuoli del tempo, secondavano anch'essi la universale aspirazione verso la realtà. Sbozzavano i loro quadri dal vero e il più spesso li terminavano sul vero. Quella piccola schiera novatrice, allorché scese nella lizza delle mostre artistiche, sollevò tremendi uragani. Il pubblico, educato da lungo tempo a scorgere nei quadri di paesaggio, non già il vero, ma una cifra più o meno simpatica, una fantasmagoria più o meno poderosa o geniale, il pubblico, urtato così di fronte, recalcitrò, senti sconvolte le sue abitudini patriarcali, gridò all'assurdo, all'orribile, alla frenesia. Fu allora che venne di gran moda, a Torino, quella denominazione altrettanto decrepita quanto imbecille di arte dell'avvenire. Non c'è parola che più rapidamente si accetti e si ponga in circolazione quanto una parola senza senso; non si danno sciocchezze più enormi e perniciose delle sciocchezze che piacciono alle persone di criterio. Rivara, la umile Rivara, diventò la Babilonia della pittura di paese; i prati di Rivara, il verde di Rivara, il verde avvenire, la scuola dell'avvenire, tutta codesta gioconda terminologia corse per le labbra di tutti; alle gentili signorine che non la sapevano ancor bene, i loro professori di pittura si affrettavano d'insegnarla.

I piccoli rospi della stampa, come quando, in estate, battono sulle strade polverose i primi goccioloni della piova, uscirono a saltellare guribondi per il cammino di quegli audacissimi... e la guerra fu lunga, fu ostinata, meschinamente rabbiosa. A poco a poco la geurra diventò inutile. Un bel dì, gli oppugnatori si guardavano attorno, e videro che il pubblico li andava lasciando soli. Ciò che non avevano fatto essi, Burgravi dell'intelligenza, lo aveva fatto la moltitudine. Aveva camminato. Lentamente, ma visibilmente. Aveva cominciato a stancarsi della cifra e della fantasmagoria. Voleva uscire dal miraggio. Aveva sentito che in quelle tele, così fino allora vilipese, c'era qualcosa di meglio che un partito preso di stranezza; quel recondito verbo dell'eterna Cibele, quelle fragranze intime e verginali dei campi cominciavano ad affascinarla "...

... " In quel tempo, prendendo sempre più terreno l'insegnamento officiale dell'arte, disertarono le accademie i più valenti, e fuori del sacro tempio, andati a trovare il vero sole della natura e i luminosi chiaroscuri dell'aria aperta, si organizzarono a Nord, in Piemonte, la scuola di Rivara con Rayper, d'Andrade, Issel e Giordano; nella media Italia, a Firenze, la scuola di Pergentina con Sernesi, Abbati, Lega e Borrani; al Sud, a Napoli, la scuola di Resina con Cecioni, Marco de Gregorio, Rossano e de Nittis"... ... se si pensa ai precisi scopi con cui venivano fondate le scuole di Pergentina (1862) e di Resina (1864); è evidente che assai lontana da quei cenacoli, - dai quali la fa diversa il suo carattere agreste e compagnevole scarsamente polemico, limitato più che altro a predilezioni di motivi, ad amenità di soggiorni, ad entusiasmo unanime per un unico modo di intendere il lavoro pittorico, - è la scuola di Rivara. La distingue (come, del resto, tutta quanta la pittura piemontese) un che di intimo e di idillico, di spontaneo e di timidamente affettuoso; e pur avendo in comune col cenacolo fiorentino l'atmosfera gioconda, burlesca e sollazzevole, pur manifestando ben netto un medesimo indirizzo artistico, le manca quel non so che di determinato e di teso, di preciso e di intransigente che fu proprio della battaglia toscana per l'arte nuova.

Interregionalismo e internazionalismo, una singolare fusione intellettuale e sentimentale favorivano d'altra parte una simile temperanza. Perché se la scuola di Rivara rimane eminentemente piemontese sia per il luogo e le ragioni ond'ebbe origine, sia per la predominanza degli adepti, non è men vero che l'elemento e l'apporto ligure v'ebbero gran giuoco col Rayper, Alberto IsseI, probabilmente anche con Tammar Luxoro; mentre poi una delle figure dominanti nella famosa Marcia di Rivara, inventata dal Pittara e baldanzosamente cantata in coro dai giocondi compagni ciascuno dei quali imitava con la voce uno strumento di banda, di nuovo rompeva i silenzi del tranquillo borgo come un annunzio di giornate liete, e si ricreava quell'atmosfera di allegria ma anche di studio intenso che riusciva a stringere in un unico modo di vedere e di rendere la realtà, di intendere l'arte, artisti fra loro pur tanto diversi. I benpensanti si scandalizzavano scorgendo poi sulle tele, alla promotrice, quello che sarcasticamente avevan battezzato "il verde di Rivara". Il verde di Rivara poteva esser anche soltanto una ricetta di tavolozza. Ciò che contava era l'insurrezione di quei giovani contro i vecchi schemi e la pigra abitudine accademica; era la loro ansia di riaprire gli occhi sulla vita come se cielo ed acque, uomini e cose apparissero loro per la prima volta.

Nella gaia storia di Rivara ad ogni modo una cosa è ben certa: che da Telemaco Signorini in poi quasi tutti gli scrittori che se n'occuparono (tranne lo Stella e il Carandini) tennero alquanto nell'ombra il vero fondatore del singolare cenacolo come una figura di secondo piano per metterne invece in piena luce altre e soprattutto il Rayper che il Signorini appunto, come s'è visto, chiamò " quasi il fondatore" della scuola di Rivara "con D'Andrade, Issel e Giordano", dando con ciò la prevalenza nel gruppo agli elementi non piemontesi. Doppia ingiustizia: sia per la parte avuta dal Pittara su quella scena provinciale, sia per la personalità non trascurabile dell'artista. Del resto, per uno strano errore dello Stella che pure ne scriveva (op. cit.) a mano di due anni dalla scomparsa, persino la data di morte del pittore torinese si tramandò errata da libro a libro, da articolo ad articolo, ed anche Mario Labò nel 27ยบ volume del Thieme e Becker Künstler Lexicon (Lipsia, Seemann 1933) ripeteva che il decesso avvenne il 25 ottobre 1890 mentre in realtà il Pittara morì a Rivara il 25 ottobre 1891, come ricorda la lapide murata nel 1927 sulla facciata di quel palazzo municipale: "Fra questi monti - una schiera gaia e geniale circondò il Pittore - Carlo Pittara che diede nome - alla Scuola di Rivara - Ispirando l'opera serena - al fresco verde - ed alla gioconda luce - del paese Canavesano MDCCCXXXVIII - MDCCCXCI - Grata e non fugace ricordanza di una simpatica vita d'arte". Meno certa è la data di nascita in Torino; perché secondo la lapide il Pittara sarebbe nato nel 1838, mentre l'atto di morte lo dà deceduto in età di 56 anni, ciò che porterebbe la nascita al 1835, e non al 1836 com'è sempre stato ripetuto.

In questa vita non lunga eppur così piena di lavoro, fra quali termini porremo le date di Rivara, inizio e fine del cenacolo? Si tenga presente intanto che Rivara non fu da parte del Pittara una "scoperta pittorica" come, ad esempio, sempre in Piemonte e tanti anni dopo, il Purtud di Cormaiore da parte del Sargent e più tardi del Pollonera, della Stratta, del Raffele. A Rivara andavano a villeggiare molte famiglie torinesi, tra le quali quella del banchiere Carlo Ogliani che, nativo del luogo, vi possedeva una villa, e di soggiorno estivo agli allievi dell'Accademia Militare aveva servito fino al 1859 il bel Castello rivarese, poi adibito ad ospedale e a fabbrica di seta ed infine acquistato dall'Ogliani nel 1871. È naturale quindi che, divenuto il pittore cognato del banchiere, i prati ed i boschetti di Rivara lo rivedessero ogni estate intento a quei motivi che più si confacevano al suo temperamento mite, ai suoi gusti di narratore idillico ed agreste, alle sue predilezioni di "animalista". Non prima però, probabilmente, del 1858, quando, con L'abbeveraggio della sera esposto alla Promotrice di Torino dopo il Pascolo, egli aveva ottenuto a ventitré anni un improvviso successo imponendosi di colpo all'ambiente artistico torinese. Era quello un quadro che risentiva in pieno la lezione del ginevrino Charles Humbert (1813-1881) alla cui scuola il Pittara s'era messo fra il '56 e il '58 attratto come tanti altri piemontesi dal fascino della pittura svizzera dei Calame e dei Diday, dopo aver assimilato quanto di scenografico era proprio del suo primo maestro Giuseppe Camino. Ove dell'Humbert si considerino anche soltanto gli Animali nelle Alpi svizzere ed il Pascolo nella valle esposti a Torino, e ammiratissimi, nel 1863 e nel 1866, pitture di salda inquadratura e di vasto respiro narrativo, ci si rende conto agevolmente del manierismo realistico (studio attento del particolare veristico innestato ma non fuso nella visione ancor romantica dell'insieme) che informò l'arte del Pittara di quel periodo, prima cioè che, trascorsi due anni a Torino, non subisse anch'egli a Parigi, al pari dell'Avondo, l'influenza dei paesisti francesi ch'erano stati il trionfo dell'Esposizione Universale del '55. Scrive lo Stella che a Parigi il Pittara, già salutato a Torino il migliore degli "animalisti" piemontesi, "non tardò ad acquisire la finezza, la distinzione, l'intellettualità, il senso della modernità di Jacque, che è l'artista che più lo impressiona e meglio lo guida ad esplicare le qualità del suo ingegno. ú dopo quella sua prima dimora a Parigi, che Pittara principiò a frequentare Rivara Canavese".

Accenno generico, ma che se non altro stabilisce l'inizio dei ritrovi di Rivara quasi subito dopo il 1860. Infatti già nel 1861 il Pittara dipinse i Dintorni di Rivara (esposto nel 1862 alla promotrice e da questa donato alla Galleria d'Arte Moderna di Torino); ma nell'inverno dello stesso anno conosce a Nervi, accompagnandovi sua sorella, moglie dell'Ogliani, Alfredo D'Andrade di ritorno da Ginevra dove s'era recato per mettersi a scuola del Calame e dove aveva anche accostato, per incitamento del Luxoro, Antonio Fontanesi. Non è azzardato supporre che fin da quel primo incontro, subito nata fra i due una simpatia vivissima, il Pittara abbia invitato il nuovo amico a frequentar Rivara.

Soffitto dello Studio di Carlo Pittara

Senza dubbio già il Pittara era in relazione con l'Avondo (che da Roma, dove s'era domiciliato reduce da Ginevra veniva spesso in Piemonte), col Pastoris (che appunto nel '61 aveva pubblicamente espresso la sua professione di fede realistica), con Casimiro Teja, con Ernesto Bertea, già amico del D'Andrade, tutta gente che abbiam visto riunita al Castello di Lozzolo nel 1866. Dal canto suo il Rayper, tramite Tammar Luxoro, non doveva tardare a prender contatti con la piccola avanguardia novatrice saldando così, insieme col D'Andrade, al gruppo piemontese quel gruppo ligure che, a dirla coi Calderini, avrebbe prodotto "un grande effetto" con la sua comparsa in Piemonte. Si delineava dunque, almeno in embrione, la scuola di Rivara contemporaneamente alle scuole di Pergentina e di Resina, quando già la macchia "verso il 1862... aveva fatto il suo tempo" e moriva "senza onor di sepoltura" (Signorini); e per la semplicità e la cordialità di relazioni con cui il cenacolo canavesano sorgeva, per l'iniziativa avuta dal Pittara, possiamo sottoscrivere quanto lasciò detto lo Stella: "Di quando in quando un collega veniva a raggiungerlo; e in quella serena pace del paesaggio, ricco di pascoli e d'armenti, tutto fresco e profumato nell'argentea tonalità dell'atmosfera alpina, tra i lieti convegni dei villeggianti e i dolci allettamenti della cortese ospitalità di casa Ogliani, si stabiliva fra gli artisti una simpatica comunione d'idee, un vivo e intelligente scambio di affetti e di sentimenti, da cui più tardi doveva scaturire la spigliata idealità pittorica del cenacolo realista".

Vent'anni circa questo durò. Se si considerano le firme lasciate a Lozzolo nel 1866, la famosa lettera burlesca del '69, le gite del Rayper a Volpiano nel '70-71, la visita di Pittara, D'Andrade, Avondo, Pastoris e Teja al Bertea, a Pinerolo, probabilmente nel '71, le altre citate scorribande dei sodali in Val d'Aosta, le pitture esposte dal D'Andrade alla promotrice del '70 e '7 1, fatte quasi tutte a Rivara: Mattino, Sotto i noci, Camposanto privato in Rivara, Rivara (1869, oggi nella Galleria d'Arte Moderna di Torino) ecc., il curioso incontro di Giuseppe Giacosa nell'estate del '69 con il Rayper che sul palcoscenico del teatrino di Rivara, "con un cappellaccio alto alto ed acuminato e con suvvi tante piume, quante ne vorrebbe un pavone per presentarsi all'innamorata", stava nientemeno che provando una parte dell'Otello (v. L'Arte in Italia, agosto 1870, pag. 126); e se si considera soprattutto che fra il '72 ed il '77, Alfredo D'Andrade, con la collaborazione del Pittara, lavorò a restaurare il Castello di Rivara acquistato dall'Ogliani (cfr. Carandini, op. cit.), facilitando così le riunioni degli amici; è agevole dedurre che il più vivo rigoglio del cenacolo occupò il decennio fra il 1866 e il 1876, sempre di esso rimanendo il centro, anche per la sua qualità di ospite, il Pittara. Morto poi nel '73 il Rayper, morti nel '77 il Soldi, nel '78 il Viotti, nel '79 il Monticelli, nell'84 il Pastoris, preso sempre più dalle occupazioni archeologiche il D'Andrade, fissata il Pittara a Parigi la sua dimora invernale, distratto da altre cure anche l'Issel, è probabile che intorno al 1884, - come anche il Caradini ci diceva, - Rivara non fosse più che un ricordo. Vi ritornava fedelmente ogni estate il Pittara: ma come chi ritorna in casa propria. La scuola di Rivara aveva fatto la sua vita.

© La Badia dei Quaranta del Drapò
Per Informzioni Scriveteci